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Alla corte della divinità

Il fiume è sacro. Una divinità.

Nessuna foto, nessuna ripresa. Sono le prime parole che gli abitanti della comunità ci dicono: – “Giù le macchine fotografiche” – le regole sono chiare.

Attraversando il ponte, mille occhi ci guardano, mille sguardi sono attenti a ogni nostro minimo movimento. Tigri, pronte a tutto per difendere il proprio cucciolo.

La divinità è piccola, piccolissima, quasi un ruscello; Sporco, fangoso, pieno di rifiuti. Orgogliosi, ci dicono che in epoche lontane, grazie a quel piccolo fiume, la loro comunità è stata garanzia di vita e salvezza per tutte le altre, questo l’ha resa anticamente un’oasi in un deserto, l’unica speranza in mezzo alla morte.

Se le nostre aspettative naufragano in tanta miseria, la cosa peggiore è che i nostri cuori vacillano senza equilibrio di fronte a tanta fede; una sfrenata obbedienza verso l’essere che gli ha donato la vita. Un dio che a parer loro non ha richieste all’infuori di una sfrenata e cieca sudditanza. L’anima è l’unica merce di scambio che il fiume accetta, o ci stai o sei fuori.

Questo dio è forte, nessuna spiegazione moderna potrebbe spiegare cosa sente e prova questa gente per quest’essenza mistica che pacata muore lentamente alla soglia della nuova rivoluzione industriale africana. Famelico il mondo lo sta prosciugandolo senza nessuna domanda o tipo di fede. Così lentamente muore un dio millenario dinnanzi a un dio nuovo di poche centinaia. Il dio Edile.

Passato il ponte, ci troviamo di fronte tutta la comunità. Ogni essere vivente, nel giro di 20 chilometri si è avvicinato. Ci osserva. Si avvicina. Ci saluta. Siamo diventati il tutto. Scioccamente, eravamo venuti a portare il nostro aiuto, e come ingenui bambini veniamo travolti da tutti gli abitanti che si avvicinano e ci offrono l’impensabile. Tutto ci è dato in dono. Tutto è nostro se solo volessimo. In un secondo siamo liberi da tutti i pesi, via gli zaini, via i treppiedi, via tutto. Siamo liberi.

Intorno a noi, nel frattempo, si è formata, come se fosse normale, una cerchia di fedelissimi. Apparteniamo a chi come segno divino è sceso per cambiare le sorti di chi da anni è sconosciuto alla stessa propria gente. Appariamo come ospiti eccellentissimi a cui è stata concessa una squadriglia di guardiani. Se da un lato, veniamo travolti da un amore profondo e antico, di cui non avevamo conoscenza, dall’altro, sin dall’inizio, la situazione ci sembra quanto mai drammatica. Bambini camminano con o senza scarpe, con o senza braccia. Bambini zombie che nonostante tutto proseguono il cammino che questo paese, mondo, ha scelto di dargli.

I piccoli giocano e girano intorno, estasiati dalla novità che la nostra pelle per i loro occhi è diventata e divertiti da quella stranezza che siamo. Due giovani photoreporter, ingenui e pieni di sogni che naufragano in una comunità lontana da ogni influenza moderna. Ci chiamano. Ci chiamano in continuazione, per loro siamo “uomo bianco”.

Se i piccoli che possono camminare ci seguono, i piccolissimi  in salute vanno a lavoro con le loro madri, infagottati come merce alle schiene malandate delle loro genitrici. Se al contrario stanno male devono aspettare il loro ritorno. Soli. Abbandonati al loro destino. Non servirà a nulla piangere o gridare.

Soffrono i piccoli e soffrono i grandi. Sono ammalati, sono malnutriti, sono deboli, si però i più piccoli sono ancora più deboli. Tutte le allarmanti notizie con cui siamo stati infarciti da piccoli sono vere, qui si muore per un nonnulla. Si muore di ernia; Si muore per un taglio, per un graffio. Qui si muore di cancrena. Qui, l’appendicite è ancora una piaga ed è più mortale dello stesso cancro.

Le pance ,non le dimenticherò mai, maledette pance. Gonfie, rotonde, abnormi, appoggiate su esserini con gambe scheletriche e braccia inesistenti.

Stanno male i piccoli e stanno male i grandi. Stanno male, e sanno di essere condannati, si, ma sembra che vivano senza saperlo. Sembra trascorrano questa parte della loro vita, questo dolore, questo abbandono come se non ci fosse un domani. Sorridono, sono sereni, nessun dramma, nessun pianto. Le possibilità sono impossibili, quindi l’unica opportunità è vivere.

Ci sarà sempre chi penserà a loro, il sacro è vivo. Il fiume ancora scorre e allora la vita non è ancora finita.

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