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Il tesoro infagottato sulla schiena di madre Ghana

14.03.2018

Qualche giorno in Africa non basta per riuscire a capirla. Il tempo è diverso, i ritmi sono diversi. I giorni diventano afosi, quasi insuperabili. I minuti sembrano eterni. Nello straziante caldo, conforta la smania dei locali di chiamarti. Non importa come. Involontariamente diventi il loro centro d’attenzione – “How are you?” – senti, qualcuno costantemente te lo domanda, – “How are you?” – cerchi di rispondere, annebbiato dal caldo, cerchi di trovare le risposte, mentre loro sotto il sole cocente, trasportano come cammelli mercanzie di tutti i tipi. Sembrano mercati ambulanti.

Tu, lento, intontito, aspetti l’autobus, interminabili ore aspettando che si riempa. Vedi sempre una mano che sfreccia sotto i tuoi occhi, una cintura, degli orologi, sapone per lavare i panni, e alla fine sempre cibo locale. Colonie e colonie di batteri semisconosciuti dai nostri organismi. Organismi che diventerebbero in breve relitti, piegati dalle fitte, dalle coliche, e infine dai crampi. Tutto ciò che è crudo è vietato. Niente frutta, niente verdura, niente di non cucinato. Niente che non abbia una buccia a proteggerlo, niente che è venuto a contatto con dei batteri, come un coltello, come la stessa buccia dei frutti o delle verdure. Dicono che i batteri Africani siano i più pericolosi, già ci piegarono nei deserti marocchini .

Ma come spiegarlo? Come farsi capire? Tutto ciò che ci stanno porgendo, per noi sarebbe veleno.

La ragazza ti guarda, avrà la tua età, e senza motivo senti in te la colpa. Quella stessa colpa, che deve sentire il carnefice, quella colpa di chi senza saperlo ha fatto soffrire solo perché stupidamente ha creduto di essere fortunato. Di esserlo solo per il fatto di trovarsi da un’altra parte.

Lei dal canto suo, senza malizia, si volta quel tanto che basta per mostrare il suo tesoro; piccolo, piccolissimo, infagottato in un telo sulla schiena. E allora li guardi, madido di sudore, bagnato fino al midollo, e di nuovo, sotto il peso della vita: –“How are you?” -sorridente,  accenni un sorriso – “Fine, thanks. And you?”

E lontano li vedi sparire, come cammelli nel deserto.

A Rivederci.

 

2 Comments

  1. Avatar

    Che belli racconti! e le foto stupendi…fanno venire i brividi!

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